The Art of the Process + Wurmkos

 

WURMKOS, Dare forma alle idee
Partecipazione al progetto

The Art of the Process: Social Entrepreneurs in Albania
Pasquale Campanella

Il metodo è il cammino una volta che è stato percorso (Giorgio Agamben)

Caro Pasquale,

ti scrivo da Tirana dove sto portando avanti una mostra/laboratorio che coinvolge gli imprenditori sociali in Albania e sarebbe molto interessante avere la possibilità di presentare il lavoro della Fondazione Wurmkos. Maria Rosa Sossai, mi ha consigliato di contattarti e conoscendo il lavoro del gruppo penso sarebbe molto interessante poterlo presentare in questo contesto. 

Lo spazio nel quale si terrà il laboratorio si trova dove sto lavorando come ricercatrice associata, il The Center for Openness and Dialogue, uno spazio dedicato all’arte, alla ricerca e alla politica situato nel Palazzo del Primo Ministro a Tirana.

Cari saluti dall’Albania
Valentina

Con questa mail, Valentina Bonizzi invita Wurmkos a partecipare da febbraio a ottobre 2017, al progetto The Art of the Process. Il programma coinvolge gli imprenditori sociali che non hanno ancora uno status giuridico e la partecipazione al processo di attualizzazione della legge 65/2016 sulle Imprese Sociali nella Repubblica d’Albania.

Il progetto mette in campo problematiche molto importanti e complesse, sia dal punto di vista politico che artistico. Prendono corpo alcune domande: in che modo il sistema dell’arte giunge al mondo del sociale? Come l’arte interviene e può contribuire al lavoro degli imprenditori sociali? L’arte può offrire un modello o semplicemente uno spazio di riflessione per lo sviluppo di micro-economie sostenibili in ambito sociale?

L’arte può essere un mezzo rilevante per lo sviluppo di un territorio ma potrebbe anche essere un ornamento vuoto. È ormai diffusa l’idea che la panacea per ogni problema sociale sia l’arte, come se le pratiche di partecipazione potessero sciogliere qualsiasi problema etico e sociale. L’errore che comunemente si fa è quello di mettere l’arte al “servizio” – di un servizio sociale, di un’area da riqualificare, di un progetto politico da sostenere, ecc. – senza tenere conto della cultura locale e dell’intervento dei cittadini.

I processi artistici hanno poco di “funzionale”, sono delle linee di fuga che corrono su strade poco percorse e a volte del tutto inesplorate e producono qualcosa di inatteso, di non-riconoscibile; anche nei progetti partecipati, processuali, la decodificazione di queste produzioni risulta apparentemente sfuggente. Il coinvolgimento dello spettatore, come già affermava nella New genre public art Suzanne Lacy, alla partecipazione e allo sviluppo di un progetto, ha condotto sempre più a una visione parziale e frammentaria del dato artistico che si è a volte smaterializzato in un processo sociale.

I progetti di arte pubblica, come l’arte visuale, sono una manipolazione della realtà ed è attraverso essa che avvengono i pensieri di astrazione creativi e immaginativi. Il problema è la presenza come oggetto, corpo, spazio e come avviene questa trasformazione, quando sembra di averlo focalizzato e inesorabilmente si sfoca, rimane un’unica certezza: il processo è avvenuto con una moltitudine di persone. L’arte è necessariamente non solipsistica, è un conduttore di “aggregazione della felicità” e delle molte realtà che abitano il mondo. È da questa tensione di allargamento a macchia d’olio che i progetti di Wurmkos si alimentano e la relazione avviene in modo diretto e personale, superando anche il rapporto tra artista e collettività.

Il progetto The Art of the Process aveva fin dall’inizio una componente bivalente, cioè l’affermazione di una progettualità legata all’arte contemporanea ma anche una forte propensione al sociale e ai problemi politici di grande attualità in Albania. I due ambiti, l’artistico e il sociale, sono sempre stati accolti da Wurmkos, fin dalla sua nascita, come condizione umana ed esistenziale dentro la ricerca dell’arte.

Il mondo dell’arte e del sociale sono diversi ma non in antitesi, a volte emerge l’uno, a volte l’altro. Ad esempio, il lavoro con gli imprenditori sociali, da quanto mi ha riportato Valentina Bonizzi, artista e curatrice del progetto, in un primo momento è diventato un laboratorio di discussione, confronto politico tra individui e attraverso la parola ha creato relazioni. L’arte era allora un riferimento lontano dai bisogni immediati. Il lavoro di Wurmkos è stato in questa prima fase a disposizione di chi avesse avuto la curiosità di investigare altre progettualità, ampliando e diversificando sia le riflessioni sia le azioni.

Cari amici e artisti che fate parte del progetto The Art of the Process al COD di Tirana, vi scrivo per aggiornarvi.

Nelle ultime settimane non abbiamo potuto aprire la porta principale al pubblico a causa di una protesta in corso, iniziata dal Partito Democratico (destra albanese) davanti al Palazzo del Primo Ministro dove il COD è situato.

Vi allego alcune foto della protestae dello spazio espositivo dove su una parete ho disegnato in forma di costellazione la legge 65 sulle imprese sociali, con l’obiettivo di creare un dialogo tra imprenditori sociali, legislatori e voi artisti.

Per giorni abbiamo aspettato che la protesta finisse per potervi annunciare una vera ‘apertura’, ma mentre lavoriamo, ascoltando gli echi che giungono dall’esterno, la luce debole che penetra nel palazzo, ho pensato che questa fosse comunque un’occasione per attivare una riflessione sul ruolo della politica e dell’arte.

Vorrei intanto lanciarvi una proposta.

Da tempo, lavoro con un gruppo di ragazzi intorno ai vent’anni e mi piacerebbe poter attivare lo spazio espositivo del COD, presentando loro i vostri progetti. Le persone possono entrare dal retro del palazzo e con loro fare una serie di azioni, anche piccole, che possano far riflettere sull’arte e la politica, sul dialogo pubblico e privato.

Vi chiedo di proporre degli esercizi che possiamo realizzare a distanza, riflessioni o azioni da attivare con i ragazzi e/o con lo staff del COD e che posso raccogliere e restituire quando finirà la protesta.

Mi piacerebbe molto poter condividere questo spazio/tempo insieme a voi.
Rimango in attesa di una vostra risposta.
Valentina

Se Paolo Mottana, ordinario di Filosofia dell’Educazione all’Università di Milano Bicocca, avesse partecipato a questo evento, avrebbe sicuramente affermato che la protesta era un perfetto ipergesto, che nella realtà dello sviluppo di The Art of the Process ha creato le condizioni per un cambiamento sostanziale del progetto, per niente prevedibile prima della protesta.

Emergono diversi problemi che nella realtà ci portano a considerare altri fattori progettuali.

LA CHIUSURA NEUTRALIZZA L’EVENTO PUBBLICO MA CI PERMETTE DI RIFLETTERE SU UNA NUOVA DESTINAZIONE D’USO DEL COD – CENTER FOR OPENNESS AND DIALOGUE, ATTIVANDO GLI SPAZI ESPOSITIVI IN LUOGHI DI RICERCA E SPERIMENTAZIONE.

Quest’ambiguità fa meditare sulla natura stessa dell’arte e del rapporto con lo spettatore, si trascende l’unicità dello spazio espositivo, il White Cube. Gli spazi del COD sono anche luoghi di lavoro, d’incontro e di rappresentanza del Governo albanese, dove l’arte entra e come un medium alchemico mette in rapporto il mondo interno con quello esterno, creando, anche nello spettatore, una maggiore mobilità rispetto al contenitore più ampio della città.

La nuova progettualità prevedeva una serie di esercizi e sperimentazioni di Wurmkos che Valentina avrebbe realizzato con alcuni gruppi di giovani e di imprenditori sociali. È stata il nostro tramite per provare ad attivare il COD e alcuni luoghi della città. Quindi, la chiusura del progetto The Art of the Process, si è trasformata in un ulteriore progetto, in un suo ampliamento, spostando l’attenzione sulla didattica dell’arte.

QUESTA MODALITÀ STA CAMBIANDO LA NATURA STESSA DELL’ARTE E DI OPERA D’ARTE, UN’ALTERNATIVA RADICALE SIA ALL’ISTITUZIONE SCOLASTICA SIA ALL’ARTE CON LA “A” MAIUSCOLA.

L’intento è stato quello di diffondere nel contesto urbano ed extraurbano una possibilità di partecipazione libera e generativa, che mettesse in condizioni completamente diverse le persone che hanno scelto di partecipare alla realizzazione degli esercizi. Un modo per reagire all’omologazione ed essere parte attiva nella produzione dell’arte. Nella pratica artistica, la relazione e il coinvolgimento non strumentale delle persone che vivono sul territorio d’intervento sono di grande rilevanza, attraverso momenti di riflessione sulla storia della comunità e recuperando processi vitali, culturali e comunicativi.

Gli esercizi di Wurmkos per non artisti, imprenditori sociali e politici possono essere utilizzati liberamente e sono articolati su domande e azioni sui seguenti temi: le parole e le cose, la cornice, i gemelli, il bene comune, l’arte pubblica, la politica. Gli esercizi sono stati pensati e strutturati unicamente per questo intervento in Albania, fanno riferimento alla storia, alla memoria collettiva, al cambiamento dei luoghi e della vita a Tirana.

Caro Pasquale,

per gli esercizi vedrò le ragazze mercoledì, e abbiamo già deciso di farli a Kamza, in periferia, il 14,15 e 16 agosto, facciamo tre giorni intensivi! Invece per gli imprenditori sociali sto proponendo un simposio di Economia Sociale e in quell’occasione proporrei le tue domande a imprenditori e politici, non so ancora come fare, ma in settimana risolvo. 

Ho incontrato le ragazze e gli esercizi sono piaciuti a tutte moltissimo. Per il fotoromanzo, non so se riusciremo a fare proprio un fotoromanzo, ma ho preso le gazzette ufficiali del Consiglio dei Ministri degli anni di nascita e morte di Enver Hoxha, più le nostre date di nascita. Da questo costruiremo una storia. 

15.16.17 Agosto, Kamza, Albania

Arrivo a Kamza, alla periferia di Tirana, il giorno di Ferragosto, nel tardo pomeriggio dopo il lavoro.

I giorni precedenti avevo mostrato gli esercizi alle ragazze, individuando quali potevamo svolgere insieme. Inizialmente, abbiamo pensato di creare un fotoromanzo con i libri contenenti le decisioni del Primo Ministro, scegliendo gli anni delle nostre nascite, ’91,’92,’93, ’95 e ’82. Abbiamo anche provveduto, prima del mio arrivo, alla traduzione degli esercizi che avevamo scelto: le parole e le cose, i gemelli, il bene comune, l’arte pubblica, la politica.

Arrivata a Kamza, la percezione delle possibili azioni e dell’importanza di alcuni esercizi, si è trasformata. Dopo un confronto con le ragazze, abbiamo deciso di svolgere liberamente gli esercizi di Wurmkos, partendo dalle domande sul bene comune. Quest’argomento era molto sentito dalle partecipanti perché avevano un gruppo che operava attivamente nel mondo della cultura e del sociale.

La domanda iniziale è stata: “Che fine ha fatto il bene comune? Perché oggi è importante parlare del bene comune?” Registriamo la conversazione, emergono diverse questioni, quando parliamo di bene comune, stiamo pensando solo a oggetti, palazzi pubblici o anche all’aria che respiriamo? Ad esempio, settimana scorsa c’è stata una protesta a Kamza, perché l’aria è inquinata dalla spazzatura bruciata…Anche le leggi possono essere bene comune. La legge regola il bene comune? A Kamza esistono palazzi pubblici ma non sono utilizzati, restano chiusi, come il palazzo della biblioteca e quindi il concetto di bene comune tende a scomparire, non è così evidente. Un bene è comune quando si usa…Nella storia dell’Albania, il concetto di collettività durante il comunismo era diverso. Stacco, si accende la radio, musica… La democrazia è partecipazione. L’esercizio vuole farci organizzare un pranzo. La legge, la strada, poi l’attesa.

Durante la conversazione abbiamo elencato i luoghi rappresentativi di Kamza che incarnano il bene comune e anche i soprusi che attraverso i sistemi di potere hanno colonizzato e cambiato la natura di questi luoghi. Terminata la discussione, siamo andate a visitarli insieme.

La sera dovevamo incontrare anche le altre ragazze del gruppo e dovevamo decidere come svolgere l’esercizio. Abbiamo anche letto la parte degli esercizi sull’arte pubblica, condividendo la frase di Alessandra Pioselli: “La partecipazione è sempre un mezzo, non un fine (…). Il punto fondamentale resta la produzione di significato. L’azione artistica può spostare il modo di guardare alle cose, ma è importante che lo faccia davvero: rimane al centro la qualità dell’operazione e la ricchezza dell’esperienza prodotta”.

Abbiamo quindi svolto la parte A dell’esercizio sull’arte pubblica scegliendo un parco che avevamo attraversato tornado a casa di Diana la sera prima. Il parco, con erba secca e una piccola strada sterrata, era abitato da un paio di mucche. Notando che qualche famiglia lo aveva scelto come luogo di riposo per stare anche con bambini piccoli, ho pensato che poteva essere un modo per capire se quello spazio era pubblico o privato, una domanda alla quale nessuno sapeva rispondere.

Quando le ragazze sono arrivate ci siamo dirette a piedi e in bicicletta verso il campo. Erano le 18:30, il sole stava tramontando, la luce era rosa, l’odore di legno bruciato, il silenzio che precede la cena.

Ci siamo separate e ognuna di noi è andata a “godere” della propria intimità nello spazio pubblico, con un libro, una penna e un foglio. L’esercizio doveva durare venti minuti e io ero incaricata di tenere il tempo.

I minuti sono passati velocemente ma le ragazze desideravano rimanere più a lungo. Non avevano mai fatto esperienza di un luogo pubblico, in quel modo, nella loro città. Mi allontano per lasciare alle ragazze più tempo, quando una signora con una mucca al guinzaglio si avvicina a Diana e le dice che lei paga il campo ogni mese per il pascolo e noi non avevamo il diritto di stare li. Cosi ci alziamo e torniamo al centro e disponiamo i fogli con le nostre storie, i nostri pensieri sui muri e li condividiamo. Non potendo dormire nel centro tutti insieme, come richiedeva l’esercizio, ci siamo date appuntamento per la mattina seguente. Abbiamo ripreso i nostri testi e ne abbiamo estratto le parti essenziali.

L’idea del pranzo, invece, si è trasformata in una proposta diversa, cioè di organizzare un matrimonio sociale, che con le ragazze abbiamo tradotto in: MARTESA E ATYRE.

Bene comune

“Come pensare il bene comune in un contesto in cui la sfera politica è dominata dalle potenze economiche e finanziarie al servizio degli interessi privati? Insomma che fine ha fatto il bene comune?” (Salvatore Settis)

Mi sono chiesto come mai il gruppo delle ragazze che ha lavorato a Kamza, abbia scelto le domande e gli esercizi sul bene comune, le risposte sono altrettanti interrogativi: è una necessità di quel territorio? O invece, è la crisi economica che ha evidenziato il problema delle risorse a cui tutti attingiamo, aria, acqua, terra? O la necessità di difendere ciò che appartiene alla collettività e non al profitto di pochi privati?

Il bene comune è utilità sociale, sentirsi parte di una cittadinanza attiva, questo hanno ribadito più volte nel loro dibattito, chiedendosi se esistono ancora valori collettivi in un contesto politico e culturale senza grandi prospettive. In un presente con poche possibilità di scelta, il gruppo di lavoro di Kamza ha alimentato e contrapposto una prospettiva più ampia, più altruista, come quella del bene comune. Come incidono le esperienze di arte pubblica, partecipata, ampliate nella sfera pubblica nel progetto in Albania? Hanno la possibilità di incidere con il loro potenziale creativo, conflittuale e con procedure indipendenti sulle visioni istituzionali, per spostarne il senso da una logica di intrattenimento a quella per la creazione di spazi per la collettività che rendano più desiderabile la vita in comune?

È NECESSARIO CHE L’ECONOMIA E LA POLITICA ABBIANO IL CORAGGIO DI REINVENTARSI ATTORNO A UNA RITROVATA CAPACITÀ PROGETTUALE E ALLA RIFONDAZIONE DI UN’IDEA DI BENE COMUNE, ANDATA IN CRISI E SU CUI PROPRIO PER QUESTO È INTERESSANTE TORNARE A RIFLETTERE.

L’intervento Dare forma alle idee che Wurmkos ha proposto, costruisce spazi comunicativi che coinvolgono in modo diretto, sollecitando ad agire all’interno di un contesto che nasce da un processo di interazione tra Wurmkos e le possibilità che i partecipanti ampliano e proseguono, con le configurazioni possibili e anche non previste del progetto, che una volta affidato ad altri, sviluppano e arricchiscono il senso iniziale. È ciò che è successo a Kamza dove gli esercizi proposti da Wurmkos, sono frutto di una scelta collettiva che, a partire da sensibilità individuali, diventa uno spazio condiviso che tiene conto anche dei bisogni reali.

Come Aurora scrive nel breve testo che accompagna il suo esercizio:

Le nuvole hanno creato una farfalla.
 Chissà come sembriamo stupidi a chi passa.
 Noi abbiamo una forte connessione con cielo, terra e vento.
 In quel momento mi sono sdraiata per sentire la connessione”.

Milano, settembre 2017

 

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